Un racconto di vite intrecciate

 Scicli, Associazione Shalom

Difficile raccontare un percorso comune di vita senza incorrere nel rischio e nella sensazione di fare propaganda a se stessi. Ma ciò detto forse è pure necessario far circolare il patrimonio di solidarietà che negli anni si è accumulato in varie realtà diocesane. E, poi, per noi è bello ripercorrere con la memoria una storia di vita che si è intrecciata con quella di altre persone veramente ultime perché prive forse del bene maggiore che è quello della salute mentale.
Tanti anni fa a Scicli abbiamo iniziato un’attività di volontariato socializzante nel cosiddetto Reparto Dementi Tranquilli dell’ospedale locale. Sono passati circa trent’anni ed eravamo più giovani noi e più giovani ed anche più numerosi i nostri amici che vivevano nel cosi detto ” manicomio”. Abbiamo condiviso con loro un segmento della nostra vita fatto di visite, incontri, relazioni e affetti che nel tempo sono cresciute e si sono sempre più stabilizzate e consolidate. Abbiamo iniziato il nostro percorso andando noi nella loro casa dove abbiamo giocato, disegnato con loro, vissuto momenti di festa per i loro compleanni. Abbiamo celebrato le nostre feste religiose con loro, i nostri presepi viventi sono stati un mettere insieme non tanto i nostri corpi ma le nostre vite e gli affetti che man mano diventavano insostituibili per noi e per loro. Tentando di capire i loro bisogni li abbiamo accompagnati in un progressivo inserimento nella vita del paese e del territorio circostante con la partecipazione alle varie feste e ricorrenze cittadine, con le passeggiate settimanali, con escursione e visite guidate nei paesi limitrofi. E’ stata una presenza che,credo, abbia insegnato anche alla nostra cittadinanza il valore della fragilità, della disabilità e della solidarietà. Abbiamo fatto tante vacanze con loro, siamo stati in discoteca e li abbiamo invitatoi presso varie famiglie per i pranzi natalizi e pasquali e, tante, sono state pure le lotte per un miglioramento generale delle loro condizioni di ricovero anomale rispetto a quelle tradizionali. Nel tempo l’età è avanzata, la malattia di tanti si è aggravata, diversi, anche improvvisamente ci hanno lasciato. Così con un numero di loro, gradualmente ridotto abbiamo trasformato la nostra attività esterna in una cena settimanale fuori dal reparto presso un ristoratore del nostro paese che li accoglieva sempre con affetto e grande premura nei pasti da loro desiderati e richiesti .
Successivamente abbiamo sentito l’esigenza di un rapporto ancora più familiare e, la cena settimanale insieme ad altre persone con problemi di salute mentale e non del territorio , da quasi un decennio si svolge presso la mia casa con i pasti preparati da esperte mani casalinghe.
Con il passare del tempo tanti li abbiamo visti arrivare al tramonto della loro vita e li abbiamo affettuosamente accompagnati nell’ultimo viaggio terreno. Quello che rimane costante nel tempo è che noi ci sentiamo voluti tanto bene da loro, in maniera totalmente gratuita, perché non chiedono niente, se ci vedono arrivare ci accolgono con gioia e tanto affetto e sono diventati una presenza anche nelle nostre famiglie perché i nostri figli hanno imparato a conoscerli da piccolissimi e a guardarli senza paura ma con affetto e senso di protezione.
Quest’anno essendosi ulteriormente ridotto il numero dei ricoverati che possono uscire, siamo in parte ritornati alle origini della nostra attività, siamo ritornati ad andare noi nel reparto. Alterniamo una cena fuori con i pochi ormai in grado di uscire ed una visita settimanale in reparto con tutti offrendo loro una cena diversa da quella che consumano regolarmente in ospedale.
Siamo cresciuti e, nessuno me ne voglia,invecchiati insieme, le nostre vite intrecciate hanno percorso le quattro età della vita di cui parla il cardinale Martini. Abbiamo vissuto insieme “l’età dell’imparare”: loro i lavoretti e il disegnare, noi il costruire relazioni significative e il vivere la solidarietà, siamo poi passati “all’età dell’insegnare”: loro a uscire nel territorio, a conoscere una realtà diversa dallo stare nella quattro mura e a farsi conoscere non come i diversi ma come promotori di solidarietà e noi a essere insieme a loro presenza e testimonianza dell’essere di Cristo che dà senso e pienezza a una vita spesa nel servizio.
Siamo ora insieme con quanti di loro sono rimasti “ nell’età del bosco” : loro con l’affetto, la gioia e il ripensamento per quanto ricevono noi alla ricerca del silenzio, della riflessione e della gratitudine per quanto ci siamo reciprocamente donato. Molti di loro, poi, vivono già la quarta età, quella che il cardinale Martini chiama “età del mendicare “ che è il dipendere in tutto dagli altri , anche per gli atti vitali, e a cui noi non vorremmo arrivare ma alla quale dobbiamo prepararci vivendo noi ora la prima età, quella dell’imparare avendo loro come maestri di vita.
Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date: uno slogan del volontariato originario che ha guidato il nostro cammino e ha creato nella nostra vita una realtà della quale nessuno di noi saprebbe fare a meno senza grande tristezza e con un grande senso di vuoto. Se Gesù è in ognuno di questi piccoli, chi più piccolo dei nostri amici “tranquilli”? E perché non vivere sotto lo stesso tetto con qualcuno di loro con la gioia di poter vivere a tempo pieno quanto il Maestro ci dice: “ Quello che avete fatto all’ultimo lo avete fatto a me ? “ Anche questo gratuitamente abbiamo ricevuto in dono.

Rosetta Pacetto
Associazione Shalom Scicli
 

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